Anni e anni fa...
Scrivevo queste cose...
Non ricordo l'anno nè era appuntato sul foglio da cui l'ho ricopiata ma credo facciaa sempre parte dei
Deliri romani... quindi databile fra il 1989/1992...
Ho solo corretto qua e là qualche "errore di stile".
Buon lunedì a tutti, mf

Camminavo nella notte senza luna né ombre. La lite era stata furiosa. Come conseguenza della furia, un occhio pesto io e l'altro indenne.
Camminavo nella notte ora, senza paura, con il passo svelto come se avessi qualcuno dietro di me. Sentivo passi inesistenti, il turpiloquio a voce sottotitolata, il fantasma delle mie paure era in me... da anni e probabilmente per sempre.
Intravedevo la spuma bianca gettata con costanza, a riva, dalle onde ritmiche e ossessive.
In essa l'unico accenno di lucore.
Arrivai velocemente, ansimando, al piccolo porto antico, o a quello che di esso restava grazie a un attracco e un'ancora enorme, intrisa di alghe e la cui poca lucentezza metallica era ormai meta di licheni e conchiglie fossili.
Piangevo, sudavo e imprecavo. Se la forza me lo avesse concesso avrei legato una cima a quell'ancora e poi al mio piede sinistro. Avrei spinto tutto giù dalla roccia più alta, fino a toccare il fondo sabbioso e nerastro.
Volevo affondare in quel mare d'agosto, riempirmi stomaco e viscere con quell'acqua che aveva lo stesso sapore delle mie lacrime.
Provai. Non riuscii a trattenere l'impulso rabbioso e mortale che prende dopo la presa di coscienza di essere un umano, umano solo per se stesso.
Mi tuffai dalla roccia romana, con tutti i vestiti indosso e senza scarpe, unica testimonianza di un mio passaggio, prima dell'ultimo passaggio, sulla terra, sulla mia terra.
Ma... so nuotare molto bene, il mare era troppo calmo e troppo tiepido.
Onde fragorose e temperature fredde avrebbero di sicuro acuito il mio rabbioso stato di animale ferito. Quella quiete marina, già cantata da molti poeti, fra cui il mio fra i preferiti, fece come d'incanto un miracolo: la rabbia svanì e rivolsi la mia parte prima supina verso l'alto a cercar le stelle.
Eccomi ora, finto corpo morto in balia della corrente nera del mare e del cielo. Chiusi gli occhi per qualche minuto, il tempo di rivivere, ripercorrendoli con memoria acquatica, gli avvenimenti drammatici delle ultime ore.
Alzai il braccio e con la mano provai a toccare, assicurandomi che fosse ancora al suo posto, l'orbita del mio occhio dolorante.
Mentre tentavo di individuare Andromeda la decisione di invertire la rotta e tornare verso la mia terra si fece spazio tra il dolore e la calma del mare. Tutto ciò non fu possibile: il braccio si alzava dall'acqua ma in aggiunta alla normale resistenza fisica che si incontra dal basso verso l'alto fui presa da una nuova e strana sensazione.
Mi sembrò che il mio corpo non rispondesse più alla mia volontà ma ad una sua propria ed ebbi la sensazione che si stesse allungando, come se le cellule e i tessuti di cui era composto cominciassero ad espandersi.
Sentivo braccia e gambe allungarsi fino ad assumere proporzioni sconvolgenti.
Lo stesso stava facendo il mio collo, in parte immerso nell'acqua, e con lui il mio volto...
L'istinto mi impose di girarmi di nuovo con la faccia e la parte frontale in giù. Fu allora che vidi i miei occhi, immersi nell'acqua, farsi sguardo infinito dentro l'oceano e verso gli abissi più oscuri.
Tutta la fauna e flora marina, viste sempre e solo nei libri e sullo schermo era ora davanti ai miei occhi o al mio grande occhio, a me non più corpo solido.
Provai a guardarmi ma non mi trovai, mi cercai dietro le rocce, fra le alghe nascoste negli anfratti più bui, nelle pieghe tristi di onde solitarie, dentro i gusci delle conchiglie a spirale, magari a far compagnia ad un abitante solitario, anch'esso in cerca di una via di fuga.
Non mi trovai in nessun luogo ma sentivo di essere ovunque.
Dove ero? "Voglio tornare a riva", pensai mentre pensavo di urlare le stesse parole. Ma pensiero rimase perché le mie labbra e la mia bocca, custodi della mia voce terrestre, non sapevo più dove fossero.
Mi venne di nuovo da piangere, ma ero già lacrima.
Ero me Mare.